MUSEO MINERARIO DELLA BAGNADA

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Valmalenco: Storia di uomini e di miniere

 

     Il giacimento di talco della Bagnada fu scoperto verso la fine degli anni ’20 dalla Società Anonima cave di Amianto (in seguito Mineraria Valtellinese) dell’Ing. Grazzani di Milano all'interno di una zona riservata alla ricerca di amianto. La prima concessione di sfruttamento temporaneo, come dimostrano i documenti dell'archivio comunale di Lanzada, fu rilasciata dal Distretto Minerario di Milano nel 1936.

 

In realtà, già nel 1870, altre società impegnate nell’estrazione dell’amianto si erano mostrate interessate al talco. Tuttavia le difficoltà tecnico-estrattive e la scarsa richiesta sul mercato di un materiale ancora poco conosciuto non convinsero le realtà industriali di allora, che preferivano impegnare le proprie risorse nell’estrazione dell’amianto, in quegli anni certamente più redditizio.

 

La miniera Bagnada venne sfruttata per oltre cinquant’anni, fino al 1987, anno in cui fu decisa la chiusura per  esaurimento del giacimento.

 

Per comprendere appieno l’importanza che questa attività ha rivestito nella vita dei valligiani, lasciando tracce indelebili nella storia, nel paesaggio e nell’economia, basti pensare all’eterogeneità geologica con le sue ricchezze minerarie (amianto e talco,  pietra ollare e serpentinite) che hanno fatto della Val Malenco – e fanno, ancora oggi -  un punto di riferimento in ambito internazionale.

 

 

Facciamo un passo indietro.

     Sul finire del '700, la nobildonna di origine spagnola Candida Lena Perpenti della Val Chiavenna, incuriosita alla vista di un fuso con del filo di amianto proveniente dagli scavi di Ercolano,  decise di provare a filare il minerale. Nel 1806 riuscì a confezionare il primo paio di guanti ignifughi che donò al viceré d’Italia Eugenio di Behaurnais. La materia prima utilizzata dalla nobildonna proveniva proprio dalla Val Malenco.

 

A buona ragione, si può quindi sostenere che la Val Malenco sia stata tra le prime al mondo a scoprire e sfruttare le miniere di amianto dopo l’età antica (l’amianto era già conosciuto dalle civiltà persiane, greche e romane per le sue proprietà ignifughe).

 

Nei primi anni dell’800, l’industriale di Chiavenna, Antonio Vanossi, che già sfruttava le risorse minerarie di Lanzada in società con il vigile del fuoco Pietro Ploncher, cercò di intraprendere la produzione del materiale ignifugo, ma un tracollo finanziario fece presto cessare l’attività.

 

Bisognerà aspettare il 1867 perché l’amianto della Val Malenco torni ad essere protagonista sul mercato nazionale. E’ infatti del 24 agosto di quell’anno la prima concessione estrattiva della società Di Baviera - Del Corona, esercitata a livello locale da Antonio Masa e Giovanni Maria Fornonzini, veri pionieri dell’estrazione dell’amianto insieme a Giovanni Antonio, padre del Masa. Augusto di Baviera era personalità di spicco all’interno del Vaticano: figlioccio di Papa Pio IX e fondatore dell'Osservatorio Romano, organo ufficiale della Santa Sede. Convinto da Vittorio del Corona, prete aretino, comprese le potenzialità economiche dello sfruttamento dell’amianto e, all'interno della cartiera Rigamonti di Tivoli, intraprese la produzione di carta ignifuga, necessaria per redigere importanti documenti. 

 

 

Il 6 ottobre del 1869 venne ufficializzata la licenza di commercializzazione della carta d’amianto. In quell'occasione la prima pagina dell’Osservatore Romano magnifica le caratteristiche del prodotto ignifugo, riportando la paternità dell’invenzione allo Stato pontificio e in particolare al duo Augusto Marchese di Baviera – Canonico Vittorio del Corona.

 

L’attività mineraria, concentrata nel giacimento del monte Cengiasc (di fronte alla Bagnada), favorì per alcuni decenni il sostentamento delle comunità locali, fortemente interessate al lavoro quotidiano. Nel 1880, sui documenti del Corpo Reale delle Miniere di Milano, sono riportati 64 giacimenti attivi nella provincia di Sondrio, di cui 62 in Val Malenco e 50 sul territorio di Lanzada.

 

Il 1880 fu un anno di svolta: alla società romana subentrò la londinese United Asbestos Company Limited che, a differenza della prima, era meno interessata alla produzione di carta d’amianto e più alla creazione di nuovi prodotti (per la costruzione di macchinari resistenti al calore, pastiglie per freni, materiali termoisolanti). La società inglese mantenne attivo lo sfruttamento minerario per circa 40 anni fino al secondo dopoguerra, coinvolgendo intere generazioni di minatori e costituendo per la comunità montana motivo di ricchezza.

 

E’ in questo panorama storico ed economico che si avvia,  l’attività estrattiva del talco della Bagnada, sfruttato dagli anni ‘20 fino agli anni ’80 e interrotta nel ’58 a causa di un crollo interno alla miniera, ma subito ripresa grazie alla scoperta di un nuovo filone. Il ritrovamento avvenne durante gli scavi per il reperimento di materiale sterile necessario alla ripiena delle camere di estrazione. Un successo industriale che ha connotato la vita dei valligiani e segnato il paesaggio, lasciando tracce che sarebbe un peccato ignorare .

 

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CREDITS: Sito realizzato da C. Nana. Testi di Valentina Messa e Carmen Mitta. Foto: Archivio del Comune di Lanzada (SO) e archivi personali di C. Nana e C. Mitta.

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